Copertina

Paolo Capuzzo
Robert J.C. Young, Postcolonialism. A Very Short  Introduction, Oxford, Oxford University  Press, 2003, 194 pp.

 

 

Il modo in cui Robert Young, già  autore di Postcolonialism: an historical  introduction (Blackwell, 2001), introduce  il lettore all'universo degli studi  postcoloniali è davvero efficace. Young evita  ogni sistematizzazione, fornendo invece  molteplici suggestioni e proponendo intrecci,  talvolta sorprendenti, tra lotte politiche,  saperi e culture nati nell'opposizione al  dominio coloniale e che si proiettano  nell'odierno mondo globalizzato.

La politica postcoloniale, e i  saperi che la ispirano, è normalmente radicata  in un luogo specifico, ma si è elaborata nello  scontro con l'imperialismo europeo o americano,  cosa che la colloca in un orizzonte globale e  universale che rende possibile la condivisione  di un comune destino subalterno. Non a caso  Young inizia il suo percorso dalla fondamentale  esperienza dell'Harlem Renaissance degli anni  '20, quando alcuni intellettuali africani e  della diaspora nera danno vita ad esperienze di  traduzione culturale che giocheranno un ruolo  importante nelle lotte per l'emancipazione della  popolazione nera nel ventesimo secolo, in  America, in Africa e in Europa (su questi  aspetti cfr. il volume di P. Gillroy. The  Black Atlantic. L'identità nera tra modernità e  doppia coscienza , Roma, Meltemi, 2003). Ma  non tutti i movimenti postcoloniali hanno  origine da un'intelaiatura transnazionale. Il  movimento brasiliano dei Sem Terra ,  che riunisce i lavoratori rurali privi di terra,  nasce da un'esperienza condivisa da molte  popolazioni rurali di altre parti del mondo:  l'appropriazione coloniale delle terre nei  monopoli fondiari e il dominio del capitale  finanziario nei processi di globalizzazione che  hanno investito l'agricoltura. In questo caso,  un movimento radicato in una specifica  esperienza locale ha elaborato obiettivi e  strumenti di lotta condivisi da milioni di altri  lavoratori rurali del mondo. Questa centralità  del mondo rurale distingue i movimenti  postcoloniali dal radicalismo occidentale, che  ha avuto nelle città e nelle fabbriche il  proprio punto di gravitazione, ed ha espresso  intellettuali e leader politici di prima  importanza, come Mao, Fanon, Guevara, Marcos.  L'assenza di terra ha significato per milioni di  donne e uomini lo spostamento forzato dalle  campagne alle città, ha reso migrazioni e  nomadismo una condizione cronica dell'esistenza  di masse di persone. Questi processi sociali  rendono particolarmente debole l'attrezzatura  concettuale e politica di origine europea con  cui si sono riorganizzati gli spazi coloniali  dopo il tramonto degli imperi che si rivela  spesso del tutto inadeguata a costruire processi  di democratizzazione e di estensione dei diritti  di cittadinanza.

La condizione postcoloniale si  comunica, si indaga e viene esperita attraverso  molteplici forme culturali. Young porta il caso  della musica rai che dal Maghreb si è diffusa  tra le comunità immigrate in Spagna e in  Francia. Si tratta di una musica ibrida che  combina elementi shikhs con suoni elettrici tipici del rock occidentale e testimonia le  tensioni culturali di una società in rapida  trasformazione. Non mira alla ricostruzione di  una nuova identità culturale, ma rappresenta ed  esprime la scena di soggetti coinvolti in  trasformazioni nelle quali agiscono molteplici  forze, quali la discriminazione etnica e  sociale, la volontà di eversione delle strutture  rigide di una società patriarcale, la resistenza  verso la colonizzazione commerciale  dell'occidente, della quale tuttavia si  reinterpretano materiali e simboli.  L'ibridazione culturale e artistica è un ottimo  strumento di espressione e analisi delle  tensioni del mondo postcoloniale, in essa si  vedono all'opera forze molteplici che agiscono  in situazioni specifiche. Il discorso  postcoloniale perde insomma l'aura estetizzante  di alcune retoriche del multiculturalismo e  mostra invece tracce più dure e spigolose,  soggettività che manifestano la specificità  delle proprie posizioni, resistenze ai  dispositivi di oppressione, siano essi  coloniali, statali, commerciali, religiosi o  patriarcali.

Quello del dominio patriarcale è  un aspetto centrale del discorso postcoloniale.  Le lotte di emancipazione dal dominio coloniale  sono state infatti declinate al maschile, i  movimenti anticoloniali hanno spesso acquisito  gli strumenti retorici e istituzionali dei  nazionalismi europei con il loro correlato  dell'uniformazione culturale. Il femminismo  postcoloniale è un territorio centrale della  critica postmoderna proprio perché ha dovuto  operare attraverso la critica della riproduzione  dei rapporti di dominio di genere all'interno  dei movimenti di emancipazione anticoloniale. I  movimenti femministi tuttavia non hanno operato  soltanto sul terreno dello specifico ruolo della  donna nelle loro società, ma hanno portato alla  ribalta questioni di valenza universale,  nell'ambito dell'ambiente e nella lotta contro  la mercificazione delle risorse naturali. In  particolare in India questi movimenti hanno  ottenuto i primi successi e si sono posti  all'avanguardia nella riconsiderazione del  rapporto tra risorse naturali, ambiente,  economia e società, trovando una valida  interprete globale delle loro lotte in Vandana  Shiva. Il volume di Young  suggerisce percorsi, modalità di indagine, temi  che animano il dibattito postcoloniale in modo  tale da trasmetterne la natura di vivo confronto  tra saperi ed esperienze politiche. Il testo,  ora tradotto in italiano dall'editore Meltemi,  si chiude interrogandosi sul termine  «traduzione», rendendo omaggio all'opera  fondamentale del medico antillano Frantz Fanon,  che nella sua biografia di psichiatra,  intellettuale, militante politico, ha  testimoniato un'acuta consapevolezza della  centralità della traduzione culturale nel  progetto di subordinazione coloniale e della  necessità di una contro-traduzione subalterna  che, anche oltre la conquista della libertà  politica, sia capace di restituire dignità di  soggetti ai «dannati della terra».

 

 

 

 

 

 


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